Una agrupación de estudiantes piadosos convocaron una marcha el 28 de marzo en las calles de Bruselas. Con el pretexto de “rezar en silencio contra el aborto”. Podemos preguntarnos qué importa o a quién le preocupa eso. Aunque ante toda la imagen de un par de infelices miserables devotos parece de alguna otra época; las ideas que se ocultan detrás de las iniciativas de estos estudiantes imbéciles, fascistas o amas de casa orgullosas lo son mucho menos.
La marcha fue apoyada por una cantidad de profesores universitarios, el partido poco relevante “Federal Demócrata Cristiana”, un imán y gran parte de los obispos – entre quienes por supuesto no podía faltar el arzobispo Léonard, quién sobresale por sus posiciones homofóbicas y machistas. Algunas organizaciones, como por ejemplo ‘camino de la vida’, ‘aliento de la vida’, ‘grito por la vida’, también convocaron para la marcha.
Todos pretenden tener mucho apego a la vida. La vida. Como sentir mariposas sin pensar en casarse? No. Mariposas para alguien que tiene la misma cantidad de pechos o pilines que vos? No. Eso tampoco. Sexo que te hace disfrutar hasta en las puntas de tu cuerpo, sin querer hijos? No, seguramente eso no. Cuidarte y tomar todas las posibilidades para esto, hacer tus propias elecciones? No. Eso está prohibido. De eso se trata!
Vivir, para ellos, es limitarse, limitar a otros. Destruir y sofocar cada expresión de voluntad de vivir con el pretexto de hacer penitencia por los pecados terrestres. Esperando eternamente, esperando algún paraíso, lejos de aquí y ahora. Un paraíso que piensan encontrar cuando estén bajo tierra.
Hoy tenemos la posibilidad de abortar un embarazo no deseado porque muchas mujeres han luchado en los ’70, de diferentes maneras, en diferentes frentes, para soltarse del control de paternalistas, patriarcas y doctores sobre sus vidas. Aun así, se limita dentro de términos arbitrarios que varían en cada país. En Bélgica son 14 semanas.
Y eso se encuentra solamente en algunas ciudades, donde fácilmente se encuentran doctores que no te sobrecargan con homilías morales y no tratan de desalentarte cueste lo que cueste. Hoy en día tenemos más posibilidades, es cierto. Pero tenemos que seguir luchando por el sueño que alimentaba las luchas de tantas mujeres, entonces y hasta ahora.
El sueño de poder tomar tu vida en tus propias manos. Poder decidir por vos misma sobre con quién, cuándo y cómo hacer el amor. No queremos apartar el tema del aborto de una emancipación sexual más amplia. Muchas chicas abortan porque el control religioso o paternalista sobre sus vidas les prohíbe de hablar libremente sobre el sexo, de informarse sobre anticonceptivos y usarlas, de experimentar.
Ahí empieza la opresión. Contra el poder de los sacerdotes, los doctores, los psiquiatras, con diferentes trajes de diferentes convicciones, contra eso luchamos.
[Publicado en Hors Service 3, 22 marzo 2011]
maandag 2 mei 2011
Guerra, catastrofe, democrazia, prigione — noi vogliamo la rivoluzione
In un tempo in cui le parole sembrano perdere il proprio significato, in cui il linguaggio del potere cerca di penetrare in tutte le nostre conversazioni, pensiamo sia ancora più indispensabile fare uno sforzo per parlare in modo chiaro. Finiamola di ripetere come pappagalli quel che dicono i giornali, che ci mostrano le televisioni, che i potenti vogliono farci credere. La questione non è volere ad ogni costo essere d'accordo, né convertire qualsiasi cosa, ma almeno parlare con la nostra bocca, coi nostri termini, coi nostri dolori e le nostre speranze.
La guerra o... la rivoluzione
L'inizio dei bombardamenti NATO contro le forze leali a Gheddafi in Libia ha segnato un passaggio fatale. Quella che senza dubbio era all'inizio un'insurrezione armata di una parte importante della popolazione contro il regime, a poco a poco si sta trasformando in una guerra militare. A parte alcune resistenze autorganizzate, che le autorità di ogni tipo definiscono «irregolari», l'insurrezione in Libia sembra essere degenerata in conflitto tra eserciti contrapposti. E allora non è a caso che gli «irregolari» laggiù siano stati sempre molto diffidenti di fronte all'«opposizione ufficiale» che ha copiato le gerarchie, i gradi, le strutture di comando dell'esercito di Gheddafi. Di fatto, la militarizzazione del conflitto ha affossato la possibilità di un rovesciamento radicale della società libica. Nuove uniformi, nuovi capi, nuove autorità costituiscono un ostacolo a chi vuole sperimentare altri rapporti sociali, rapporti di solidarietà e di reciprocità, di autorganizzazione della vita sociale tra le stesse persone al posto di un nuovo regime, di nuove strutture statali, di nuovi leader e nuovi privilegi.
Oggi, in Libia, si tratta di sostenere in ogni modo possibile gli insorti che hanno combattuto e che in futuro combatteranno ancora per un cambiamento profondo della società. Come diceva un compagno anarchico libico, si tratta ora di respingere il ricatto del potere — sia esso di Gheddafi, dell'opposizione ufficiale o della Nato — che intende soffocare la possibilità di una rivoluzione sociale spingendo verso una guerra meramente militare. Non dimentichiamo mai quelli che sono caduti combattendo per la libertà, che hanno sfidato un regime mostruoso non contando che sulle proprie forze, mettendo la propria vita in gioco.
La catastrofe o... la rivoluzione
CIò che è avvenuto in Giappone non è un disastro naturale, ma una catastrofe sociale. Ciò che è successo nelle centrali nucleari in Giappone non è un disgraziato incidente, ma la triste conseguenza di un mondo pieno di industrie che vomitano il loro veleno, di centrali nucleari disseminate ovunque che hanno messo un'ipoteca pesante e nefasta sulla vita e sulla libertà della terra, di un'economia che avvelena il pianeta e le menti, obbedendo solo alla ricerca di sempre più profitto per i potenti ed i ricchi.
In Giappone intere regioni sono attualmente circondate e militarizzate. Dopo aver costruito centrali nucleari, dopo aver fatto passare gli interessi dell'economia capitalista prima di ogni cosa, lo Stato giapponese si presenta ora come il solo attore in grado di salvare la situazione, di gestire il disastro, di «aiutare la gente». Istituendo un regime militare nelle zone devastate dell'isola, instaurando un regime di controllo scientifico che riduce gli abitanti nei pressi delle zone contaminate dalle radiazioni a semplici numeri, a tassi di radioattività o a cavie, lo Stato rafforza la sua morsa sulla popolazione. Impaurita dalla più che reale minaccia nucleare, la popolazione accorre verso il suo salvatore... Ma la causa di un problema non può essere al tempo stesso la sua soluzione; se la causa continua ad esistere, il problema si amplifica. Ed il problema non sono tanto i disastri naturali, ma questo mondo di industrie e di centrali nucleari, di metropoli invivibili e di campagne devastate. Il problema è se continuare a rendere permanente la catastrofe in questo mondo, o cambiare radicalmente strada, detronizzare l'economia ed il suo re denaro, smettere di credere agli scienziati, di contare sugli esperti per trovare soluzioni a problemi che loro stessi hanno creato e reinventare nuove maniere di vivere insieme. O la catastrofe di questo mondo pieno di orrori, o la rivoluzione sociale.
La democrazia o... la rivoluzione
Dopo le grida di vittoria che provengono dall'Egitto e dalla Tunisia, grida trasformate unilateralmente dai media di qui in omaggi popolari ala democrazia occidentale, un nuovo ordine è sul punto di prendere il sopravvento. I militari egiziani sparano di nuovo sulla folla in sommossa, le prigioni tunisine si riempiono di insorti che hanno combattuto per ben altro che un semplice cambio di regime, i diversi racket politici e religiosi fanno di tutto per cercare di recuperare e canalizzare la rabbia verso putridi nazionalismi od opprimenti religioni. Ma, nonostante la crescente repressione, i combattimenti continuano. Mentre in Egitto si susseguono gli scioperi selvaggi contro vecchi e nuovi padroni, intere zone della Tunisia restano ancora oggi fuori dalle grinfie del nuovo Stato e si autorganizzano per far fronte ai bisogni materiali, mettendo in pratica la reciprocità e la solidarietà al posto della competizione capitalista, respingendo dai villaggi sbirri, capi politici e magistrati, identificati come espressione dell'asfissia della libertà.
Tutto viene messo in atto per far dimenticare che esistono altre possibilità oltre all'alternativa fra dittatura e democrazia. Che è possibile sperimentare modi di vivere insieme che non siano guidati da uno Stato, che esso sia eletto o imposto. Che esistono altre scelte possibili piuttosto che subire uno sfruttamento feroce come nella maggior parte del mondo o rispettare una pace sociale fra sfruttati e sfruttatori accontentandosi delle briciole come sovente accade qui.
Tutto viene messo in atto per far dimenticare ciò che i potenti di ogni luogo, democratici o dittatoriali, cattivi o gentili, feroci o umani, temono di più: una rivoluzione sociale che la faccia finita con le cause dello sfruttamento e dell'oppressione.
La prigione o... la rivoluzione
Per coloro che hanno scelto di percorrere il cammino della lotta per la libertà, per la vera libertà, alla fine non vi sono da sempre che due risposte da parte dei loro nemici: le pallottole o la prigione. Di recente alcuni anarchici italiani sono stati colpiti ancora una volta dalla repressione. Cinque compagni di Bologna si trovano in prigione, una sessantina di case sono state perquisite in tutta Italia. Accusati di "associazione a delinquere", lo Stato li imprigiona sperando così di frenare le lotte contro i centri di reclusione per clandestini e gli attacchi ai responsabili della macchina da espulsioni; in solidarietà con gli insorti dell'altro lato del Mediterraneo e contro le imprese italiane che traggono profitti del regime di Gheddafi per importare gas e petrolio ed esportare armi utili a schiacciare le rivolte (queste stesse imprese sono del resto candidate a costruire centrali nucleari in Italia, il che provoca altrettanta resistenza); la loro irriducibile scelta per la rivolta che ha come obiettivo le strutture del dominio.
Se parliamo di loro, è perché ci riconosciamo in quelle lotte, perché ne condividiamo, al di là delle frontiere, il desiderio di libertà che li spinge a battersi, con le parole e con le azioni. Nessuna prigione fermerà mai la nostra lotta per la libertà e la solidarietà con i compagni italiani consiste, come coi compagni incarcerati in altri paesi del mondo, nel continuare, sempre continuare, con la speranza nel cuore e i pugni chiusi, a minare il dominio.
Diamo fuoco alla polveriera.
Che soffi il vento della libertà, che si scateni la tempesta dell'insurrezione.
Alcuni anarchici
[Pubblicato en Hors Service 17, 24 aprile 2011, tradotto per Finimondo.org]
La guerra o... la rivoluzione
L'inizio dei bombardamenti NATO contro le forze leali a Gheddafi in Libia ha segnato un passaggio fatale. Quella che senza dubbio era all'inizio un'insurrezione armata di una parte importante della popolazione contro il regime, a poco a poco si sta trasformando in una guerra militare. A parte alcune resistenze autorganizzate, che le autorità di ogni tipo definiscono «irregolari», l'insurrezione in Libia sembra essere degenerata in conflitto tra eserciti contrapposti. E allora non è a caso che gli «irregolari» laggiù siano stati sempre molto diffidenti di fronte all'«opposizione ufficiale» che ha copiato le gerarchie, i gradi, le strutture di comando dell'esercito di Gheddafi. Di fatto, la militarizzazione del conflitto ha affossato la possibilità di un rovesciamento radicale della società libica. Nuove uniformi, nuovi capi, nuove autorità costituiscono un ostacolo a chi vuole sperimentare altri rapporti sociali, rapporti di solidarietà e di reciprocità, di autorganizzazione della vita sociale tra le stesse persone al posto di un nuovo regime, di nuove strutture statali, di nuovi leader e nuovi privilegi.
Oggi, in Libia, si tratta di sostenere in ogni modo possibile gli insorti che hanno combattuto e che in futuro combatteranno ancora per un cambiamento profondo della società. Come diceva un compagno anarchico libico, si tratta ora di respingere il ricatto del potere — sia esso di Gheddafi, dell'opposizione ufficiale o della Nato — che intende soffocare la possibilità di una rivoluzione sociale spingendo verso una guerra meramente militare. Non dimentichiamo mai quelli che sono caduti combattendo per la libertà, che hanno sfidato un regime mostruoso non contando che sulle proprie forze, mettendo la propria vita in gioco.
La catastrofe o... la rivoluzione
CIò che è avvenuto in Giappone non è un disastro naturale, ma una catastrofe sociale. Ciò che è successo nelle centrali nucleari in Giappone non è un disgraziato incidente, ma la triste conseguenza di un mondo pieno di industrie che vomitano il loro veleno, di centrali nucleari disseminate ovunque che hanno messo un'ipoteca pesante e nefasta sulla vita e sulla libertà della terra, di un'economia che avvelena il pianeta e le menti, obbedendo solo alla ricerca di sempre più profitto per i potenti ed i ricchi.
In Giappone intere regioni sono attualmente circondate e militarizzate. Dopo aver costruito centrali nucleari, dopo aver fatto passare gli interessi dell'economia capitalista prima di ogni cosa, lo Stato giapponese si presenta ora come il solo attore in grado di salvare la situazione, di gestire il disastro, di «aiutare la gente». Istituendo un regime militare nelle zone devastate dell'isola, instaurando un regime di controllo scientifico che riduce gli abitanti nei pressi delle zone contaminate dalle radiazioni a semplici numeri, a tassi di radioattività o a cavie, lo Stato rafforza la sua morsa sulla popolazione. Impaurita dalla più che reale minaccia nucleare, la popolazione accorre verso il suo salvatore... Ma la causa di un problema non può essere al tempo stesso la sua soluzione; se la causa continua ad esistere, il problema si amplifica. Ed il problema non sono tanto i disastri naturali, ma questo mondo di industrie e di centrali nucleari, di metropoli invivibili e di campagne devastate. Il problema è se continuare a rendere permanente la catastrofe in questo mondo, o cambiare radicalmente strada, detronizzare l'economia ed il suo re denaro, smettere di credere agli scienziati, di contare sugli esperti per trovare soluzioni a problemi che loro stessi hanno creato e reinventare nuove maniere di vivere insieme. O la catastrofe di questo mondo pieno di orrori, o la rivoluzione sociale.
La democrazia o... la rivoluzione
Dopo le grida di vittoria che provengono dall'Egitto e dalla Tunisia, grida trasformate unilateralmente dai media di qui in omaggi popolari ala democrazia occidentale, un nuovo ordine è sul punto di prendere il sopravvento. I militari egiziani sparano di nuovo sulla folla in sommossa, le prigioni tunisine si riempiono di insorti che hanno combattuto per ben altro che un semplice cambio di regime, i diversi racket politici e religiosi fanno di tutto per cercare di recuperare e canalizzare la rabbia verso putridi nazionalismi od opprimenti religioni. Ma, nonostante la crescente repressione, i combattimenti continuano. Mentre in Egitto si susseguono gli scioperi selvaggi contro vecchi e nuovi padroni, intere zone della Tunisia restano ancora oggi fuori dalle grinfie del nuovo Stato e si autorganizzano per far fronte ai bisogni materiali, mettendo in pratica la reciprocità e la solidarietà al posto della competizione capitalista, respingendo dai villaggi sbirri, capi politici e magistrati, identificati come espressione dell'asfissia della libertà.
Tutto viene messo in atto per far dimenticare che esistono altre possibilità oltre all'alternativa fra dittatura e democrazia. Che è possibile sperimentare modi di vivere insieme che non siano guidati da uno Stato, che esso sia eletto o imposto. Che esistono altre scelte possibili piuttosto che subire uno sfruttamento feroce come nella maggior parte del mondo o rispettare una pace sociale fra sfruttati e sfruttatori accontentandosi delle briciole come sovente accade qui.
Tutto viene messo in atto per far dimenticare ciò che i potenti di ogni luogo, democratici o dittatoriali, cattivi o gentili, feroci o umani, temono di più: una rivoluzione sociale che la faccia finita con le cause dello sfruttamento e dell'oppressione.
La prigione o... la rivoluzione
Per coloro che hanno scelto di percorrere il cammino della lotta per la libertà, per la vera libertà, alla fine non vi sono da sempre che due risposte da parte dei loro nemici: le pallottole o la prigione. Di recente alcuni anarchici italiani sono stati colpiti ancora una volta dalla repressione. Cinque compagni di Bologna si trovano in prigione, una sessantina di case sono state perquisite in tutta Italia. Accusati di "associazione a delinquere", lo Stato li imprigiona sperando così di frenare le lotte contro i centri di reclusione per clandestini e gli attacchi ai responsabili della macchina da espulsioni; in solidarietà con gli insorti dell'altro lato del Mediterraneo e contro le imprese italiane che traggono profitti del regime di Gheddafi per importare gas e petrolio ed esportare armi utili a schiacciare le rivolte (queste stesse imprese sono del resto candidate a costruire centrali nucleari in Italia, il che provoca altrettanta resistenza); la loro irriducibile scelta per la rivolta che ha come obiettivo le strutture del dominio.
Se parliamo di loro, è perché ci riconosciamo in quelle lotte, perché ne condividiamo, al di là delle frontiere, il desiderio di libertà che li spinge a battersi, con le parole e con le azioni. Nessuna prigione fermerà mai la nostra lotta per la libertà e la solidarietà con i compagni italiani consiste, come coi compagni incarcerati in altri paesi del mondo, nel continuare, sempre continuare, con la speranza nel cuore e i pugni chiusi, a minare il dominio.
Diamo fuoco alla polveriera.
Che soffi il vento della libertà, che si scateni la tempesta dell'insurrezione.
Alcuni anarchici
[Pubblicato en Hors Service 17, 24 aprile 2011, tradotto per Finimondo.org]
Non è finita, anzi!
Il vento della rivolta continua a soffiare nel mondo arabo e altrove
Le rivolte in Tunisia e in Egitto sembrano aver ispirato gli insorti in molti altri paesi. Dall’Algeria al Bahrein, dall'Iran alla Libia, dallo Yemen alla Siria, molte persone scendono in strada, scioperano dal lavoro, si scontrano con la polizia, saccheggiano e incendiano edifici statali e del potere economico. È un vento di rivolta che soffia attraverso quei paesi, è un vento che dà coraggio, un vento che porta il messaggio che nessun regime, per quanto autoritario sia, è inattaccabile. Che nessuna miseria, nessuna oppressione sarà mai al riparo di una tempesta sociale devastatrice.
Non si può prevedere in che direzione andranno queste tempeste, ma ciò che è certo è che in questi momenti insurrezionali tutto esce allo scoperto. Le contraddizioni si fanno stridenti, e un regime che crolla mostra che un’oppressione in rotta può nasconderne un'altra. Alcuni insorti pensano forse che la salvezza possa arrivare da un regime democratico, anche se a sua volta perpetuerà le diseguaglianze sociali e lo sfruttamento. Altri ritengono che sia giunta l'ora di brandire le bandiere nazionali, dimenticando che i poveri non avranno mai una patria, ignorando che il nazionalismo produce sempre massacri, campi di reclusione per gli “altri”, e guerre senza fine. Altri ancora magari vogliono l’instaurazione di un regime islamico, assoggettando chiunque alla feroce sharia, soffocando ogni libertà in modo ancora più insidioso degli attuali regimi autoritari.
Ma non è tutto qui. Perché molti insorgono semplicemente perché ne hanno abbastanza. Abbastanza d'essere oppressi e zittiti, stanchi di essere poveri e alla mercé dei padroni, stufi di vivere in condizioni miserabili, senza felicità né sogni. Questo «no» è solo un inizio, ma è un no che potrebbe aprire la strada, come si può già leggere in alcuni racconti degli insorti, a esperimenti ben diversi dalla democrazia, dalla religione, dal nazionalismo e dal denaro. A esperimenti di forme di autorganizzazione tra individui fuori da ogni Stato, di solidarietà e di mutuo appoggio tra individui al di fuori d'ogni sfruttamento, di liberazione da ruoli sociali imposti o prefissati. Questo è ciò che fa paura ai potenti, anche a coloro che aspirano a diventarlo: che gli insorti sperimentino e diventino consapevoli di non avere bisogno di alcun potente, vecchio o nuovo, corrotto o "onesto", dittatoriale o “eletto”. Che qualsiasi potere, che qualsiasi padrone li priverà sempre di una vita libera, di un’organizzazione libera tra loro. È il fantasma della libertà, che mostra la sua bellezza e la sua possibilità in questi momenti di ribellione, che spaventa tutti quelli che vogliono conservare o accaparrarsi il potere.
Ora accogliamo a nostra volta il fantasma della libertà, distruggiamo i confini mentali tra qui e laggiù che abbiamo nella nostra testa. Osiamo gridare forte e chiaro che non abbiamo una patria, e non vogliamo alcun governo. Che cacceremo non solo gli ambasciatori di questi paesi arabi in fermento dalle loro ville a Bruxelles, ma che cacceremo anche tutti i politici e i padroni dai loro scranni. E non per occuparli noi, ma per distruggerli per sempre. Il miglior sostegno, la migliore solidarietà con gli insorti nel mondo arabo, è di tracciare qui il cammino per la rivolta liberatrice.
Tribunali in fiamme
Durante le rivolte in Tunisia, sono stati incendiati dagli insorti 14 tribunali. Anche diverse prigioni sono ancora fuori uso dopo gli attacchi e le rivolte. Il nuovo ordine comincia a insediarsi in Tunisia, benché debba affrontare la tenace resistenza nelle strade (le manifestazioni, le sommosse e gli attacchi contro banche, stazioni di polizia, supermercati, i governi vanno avanti mentre la “nuova polizia” non esita a sparare sui rivoltosi). Una delle prime preoccupazioni del Ministro degli Interni è ovviamente il ripristino dell’apparato repressivo. Egli «per farlo conta sull'aiuto finanziario dell’Unione Europea», che certamente non rifiuterà di sostenere un altro Stato in cerca di mezzi per soggiogare la popolazione. Inoltre, il ministro ha riabilitato tutti i magistrati del regime di Ben Alì.
Le barricate aprono la strada
In Algeria, uno dei punti più intensi delle sommosse in corso è la città di Akbou. La scintilla è stata la decisione del prefetto di sfrattare 495 spazi abitativi, occupati dagli inizi di gennaio da diverse famiglie, che si sono opposte con pietre, barricate e molotov alla polizia. Al momento le case sono ancora occupate e, nonostante gli appelli alla calma dei “saggi della comunità”, gli scontri continuano e si stanno propagando in molte altre zone della città. Diverse banche, un commissariato e l’ufficio di collocamento sono stati saccheggiati o bruciati dagli insorti. Sono state erette barricate sull’importante strada che unisce Vgayet a Tizi-Ouzou, bloccando il traffico economico; una pratica diffusa anche altrove nel resto del paese (Naciria, El Harrouch, Sidi Amar, Bordj Menaiel, Tazmalt).
Democrazia o no, è tempo di rivolta
Nel sud dell’Iraq, in diverse città, centinaia di dimostranti sono scesi nelle strade per protestare contro le miserabili condizioni di vita. Le manifestazioni si sono tutte concluse con scontri con le forze dell'ordine della «giovane democrazia» instaurata dopo l’invasione delle truppe occidentali. Inoltre, molti edifici governativi sono stati dati alla fiamme. Da qualche tempo, la tensione verso una lotta sociale (scioperi nella fabbriche, cortei non controllati né dallo Stato né dagli islamisti, … ) ha preso a rafforzarsi in Iraq, un paese lacerato da un’occupazione militare, da una democrazia poliziesca e da una guerra condotta dagli islamisti in parte contro l’occupazione ma anche contro il popolo iracheno per imporre l’islamismo. Lo Stato ha tentato di comprare i manifestanti arrabbiati, promettendo loro un certo quantitativo di elettricità gratuita all’anno.
Quando la gente si rivolta, l’ombra dell’autorità arretra
In Libia, nonostante i tentativi del regime di Gheddafi di soffocare immediatamente e brutalmente la ribellione, la situazione è diventata particolarmente tesa nelle città di Al-Baida e Bengasi. Scontri armati tra insorti e polizia hanno causato decine di morti. Inoltre, le milizie mercenarie del regime stanno tentando inutilmente di schiacciare ogni tentativo di rivolta con il terrore. Nella prigione di Bengasi, mentre monta la rabbia nelle strade, è scoppiata una rivolta, che ha provocato non solo la distruzione di buona parte del carcere ma anche la fuga di molti prigionieri. Molti di loro si sono uniti agli insorti nell’incendiare le strutture del potere, incluso l’edificio del procuratore generale, un commissariato, alcune banche e la sede della polizia. Nel frattempo, la rivolta si sta allargando all’intero paese, presentando una varietà di insorti armati contro la polizia e le milizie di Gheddafi.
[Pubblicato en Hors Service 14, 1 marzo 2011, tradotto per Machete ]
Le rivolte in Tunisia e in Egitto sembrano aver ispirato gli insorti in molti altri paesi. Dall’Algeria al Bahrein, dall'Iran alla Libia, dallo Yemen alla Siria, molte persone scendono in strada, scioperano dal lavoro, si scontrano con la polizia, saccheggiano e incendiano edifici statali e del potere economico. È un vento di rivolta che soffia attraverso quei paesi, è un vento che dà coraggio, un vento che porta il messaggio che nessun regime, per quanto autoritario sia, è inattaccabile. Che nessuna miseria, nessuna oppressione sarà mai al riparo di una tempesta sociale devastatrice.
Non si può prevedere in che direzione andranno queste tempeste, ma ciò che è certo è che in questi momenti insurrezionali tutto esce allo scoperto. Le contraddizioni si fanno stridenti, e un regime che crolla mostra che un’oppressione in rotta può nasconderne un'altra. Alcuni insorti pensano forse che la salvezza possa arrivare da un regime democratico, anche se a sua volta perpetuerà le diseguaglianze sociali e lo sfruttamento. Altri ritengono che sia giunta l'ora di brandire le bandiere nazionali, dimenticando che i poveri non avranno mai una patria, ignorando che il nazionalismo produce sempre massacri, campi di reclusione per gli “altri”, e guerre senza fine. Altri ancora magari vogliono l’instaurazione di un regime islamico, assoggettando chiunque alla feroce sharia, soffocando ogni libertà in modo ancora più insidioso degli attuali regimi autoritari.
Ma non è tutto qui. Perché molti insorgono semplicemente perché ne hanno abbastanza. Abbastanza d'essere oppressi e zittiti, stanchi di essere poveri e alla mercé dei padroni, stufi di vivere in condizioni miserabili, senza felicità né sogni. Questo «no» è solo un inizio, ma è un no che potrebbe aprire la strada, come si può già leggere in alcuni racconti degli insorti, a esperimenti ben diversi dalla democrazia, dalla religione, dal nazionalismo e dal denaro. A esperimenti di forme di autorganizzazione tra individui fuori da ogni Stato, di solidarietà e di mutuo appoggio tra individui al di fuori d'ogni sfruttamento, di liberazione da ruoli sociali imposti o prefissati. Questo è ciò che fa paura ai potenti, anche a coloro che aspirano a diventarlo: che gli insorti sperimentino e diventino consapevoli di non avere bisogno di alcun potente, vecchio o nuovo, corrotto o "onesto", dittatoriale o “eletto”. Che qualsiasi potere, che qualsiasi padrone li priverà sempre di una vita libera, di un’organizzazione libera tra loro. È il fantasma della libertà, che mostra la sua bellezza e la sua possibilità in questi momenti di ribellione, che spaventa tutti quelli che vogliono conservare o accaparrarsi il potere.
Ora accogliamo a nostra volta il fantasma della libertà, distruggiamo i confini mentali tra qui e laggiù che abbiamo nella nostra testa. Osiamo gridare forte e chiaro che non abbiamo una patria, e non vogliamo alcun governo. Che cacceremo non solo gli ambasciatori di questi paesi arabi in fermento dalle loro ville a Bruxelles, ma che cacceremo anche tutti i politici e i padroni dai loro scranni. E non per occuparli noi, ma per distruggerli per sempre. Il miglior sostegno, la migliore solidarietà con gli insorti nel mondo arabo, è di tracciare qui il cammino per la rivolta liberatrice.
Tribunali in fiamme
Durante le rivolte in Tunisia, sono stati incendiati dagli insorti 14 tribunali. Anche diverse prigioni sono ancora fuori uso dopo gli attacchi e le rivolte. Il nuovo ordine comincia a insediarsi in Tunisia, benché debba affrontare la tenace resistenza nelle strade (le manifestazioni, le sommosse e gli attacchi contro banche, stazioni di polizia, supermercati, i governi vanno avanti mentre la “nuova polizia” non esita a sparare sui rivoltosi). Una delle prime preoccupazioni del Ministro degli Interni è ovviamente il ripristino dell’apparato repressivo. Egli «per farlo conta sull'aiuto finanziario dell’Unione Europea», che certamente non rifiuterà di sostenere un altro Stato in cerca di mezzi per soggiogare la popolazione. Inoltre, il ministro ha riabilitato tutti i magistrati del regime di Ben Alì.
Le barricate aprono la strada
In Algeria, uno dei punti più intensi delle sommosse in corso è la città di Akbou. La scintilla è stata la decisione del prefetto di sfrattare 495 spazi abitativi, occupati dagli inizi di gennaio da diverse famiglie, che si sono opposte con pietre, barricate e molotov alla polizia. Al momento le case sono ancora occupate e, nonostante gli appelli alla calma dei “saggi della comunità”, gli scontri continuano e si stanno propagando in molte altre zone della città. Diverse banche, un commissariato e l’ufficio di collocamento sono stati saccheggiati o bruciati dagli insorti. Sono state erette barricate sull’importante strada che unisce Vgayet a Tizi-Ouzou, bloccando il traffico economico; una pratica diffusa anche altrove nel resto del paese (Naciria, El Harrouch, Sidi Amar, Bordj Menaiel, Tazmalt).
Democrazia o no, è tempo di rivolta
Nel sud dell’Iraq, in diverse città, centinaia di dimostranti sono scesi nelle strade per protestare contro le miserabili condizioni di vita. Le manifestazioni si sono tutte concluse con scontri con le forze dell'ordine della «giovane democrazia» instaurata dopo l’invasione delle truppe occidentali. Inoltre, molti edifici governativi sono stati dati alla fiamme. Da qualche tempo, la tensione verso una lotta sociale (scioperi nella fabbriche, cortei non controllati né dallo Stato né dagli islamisti, … ) ha preso a rafforzarsi in Iraq, un paese lacerato da un’occupazione militare, da una democrazia poliziesca e da una guerra condotta dagli islamisti in parte contro l’occupazione ma anche contro il popolo iracheno per imporre l’islamismo. Lo Stato ha tentato di comprare i manifestanti arrabbiati, promettendo loro un certo quantitativo di elettricità gratuita all’anno.
Quando la gente si rivolta, l’ombra dell’autorità arretra
In Libia, nonostante i tentativi del regime di Gheddafi di soffocare immediatamente e brutalmente la ribellione, la situazione è diventata particolarmente tesa nelle città di Al-Baida e Bengasi. Scontri armati tra insorti e polizia hanno causato decine di morti. Inoltre, le milizie mercenarie del regime stanno tentando inutilmente di schiacciare ogni tentativo di rivolta con il terrore. Nella prigione di Bengasi, mentre monta la rabbia nelle strade, è scoppiata una rivolta, che ha provocato non solo la distruzione di buona parte del carcere ma anche la fuga di molti prigionieri. Molti di loro si sono uniti agli insorti nell’incendiare le strutture del potere, incluso l’edificio del procuratore generale, un commissariato, alcune banche e la sede della polizia. Nel frattempo, la rivolta si sta allargando all’intero paese, presentando una varietà di insorti armati contro la polizia e le milizie di Gheddafi.
[Pubblicato en Hors Service 14, 1 marzo 2011, tradotto per Machete ]
Facciamola finita!
A proposito della rapina di Tubize in Belgio
Basta mezze parole e chiacchiere! Basta falsi dibattiti pubblici! Basta commenti infami dei giornalisti e di altri mercenari! Prima che zittiscano di nuovo tutto, prima che compiano il loro lavoro di neutralizzazione: parliamo chiaramente. Diciamo quello che pensiamo.
A Tubize [cittadina del Belgio francofono vicino a Bruxelles, NdT], un uomo è morto. Un giovane. Giustiziato da un gioielliere mentre lui e un complice cercavano di appropriarsi di qualche pietra preziosa in rue de Mons. Il nome di Tubize ci ricorda qualcosa. Per anni, quella cittadina è stata avvelenata dall’industria siderurgica delle Forges de Clabecq. Quella fabbrica che ha mangiato la carne e il sangue di tanti operai del posto, che ha sfinito e mutilato i loro corpi, fabbrica oggi chiusa. Al suo posto è stata costruita l’enorme prigione di Ittre. Certi hanno forse scelto di accettare di diventare secondini, di guadagnarsi il pane con la prigione, altri certamente no. Il giorno della rapina alla gioielleria, abbiamo capito che c’erano due giovani che non hanno voluto l’uniforme, che nemmeno hanno voluto rassegnarsi ad una vita di merda e che sono andati a cercare da un ricco quello che mancava loro. Il gioielliere, lui, non sa nulla di queste storie, che sono il triste privilegio di uno strato sociale diverso dal suo. All’epoca, non si è certamente trovato a fianco degli operai in collera e oggi ha confermato di nuovo l’idea che ha della maniera in cui bisogna trattare i poveri: abbatterli come parassiti.
Non diciamo che questo gioielliere (che si chiama Paul Olivet) sia particolarmente crudele. Semplicemente, fa parte di tutto quello strato sociale che da sempre succhia il sangue dalle nostre vene. È il compare del padrone della fabbrica, del banchiere, del politico, del giudice. È quello che incita la polizia ad abbattere i malviventi, a fare bene il loro lavoro di difensori dei ricchi e dei potenti. È quello che di sicuro ha applaudito ogni volta che, in questi ultimi tempi, dei rapinatori si sono fatti ammazzare dagli sbirri o da qualche gioielliere.
Come avrete capito, la storia non comincia e non finisce con questa rapina. Questo non è che un episodio della lunga storia della guerra fra quelli che si trovano in alto e quelli che si trovano in basso. E di morti ce ne sono tutti i giorni, e troppo pochi dalla parte dei potenti. Come quelle centinaia di persone che dormono, attualmente, nelle strade e nelle stazioni di Bruxelles, che si battono contro il freddo, mentre altri hanno dei milioni sui loro conti in banca. Come quelle decine di persone che ogni giorno hanno degli incidenti sul luogo di lavoro, sprecando la loro vita ad obbedire e ad arricchire un padrone in cambio di un salario. Come quelle migliaia di persone sprofondate nella miseria e nella depressione perché non riescono più a pagare l’affitto, perché non ne possono più di vivere come ratti nei bassifondi della società.
Disperati, dite voi? Ma le nostre armi non sono cariche solo di critiche; ognuna delle nostre pallottole contiene un desiderio, tutti i nostri desideri. Non è solo il disgusto che ci incita a portare la guerra a questa società, ai suoi rappresentanti, alle sue banche e ai suoi supermercati, alle sue fabbriche e alle sue prigioni; è soprattutto il desiderio di vivere come uomini liberi, senza dio né padrone. Ecco ciò che fa palpitare i nostri cuori, ecco ciò che trasforma le nostre mani in pugni, ecco quello che ci spinge a rivoltarci, a rompere la rassegnazione!
Nessun dialogo, nessuna pace, nessun appello alla calma – facciamola finita.
Qualche nemico del lavoro.
[Pubblicato en Hors Service 10, 25 ottobre 2010, tradotto per Non Fides]
Basta mezze parole e chiacchiere! Basta falsi dibattiti pubblici! Basta commenti infami dei giornalisti e di altri mercenari! Prima che zittiscano di nuovo tutto, prima che compiano il loro lavoro di neutralizzazione: parliamo chiaramente. Diciamo quello che pensiamo.
A Tubize [cittadina del Belgio francofono vicino a Bruxelles, NdT], un uomo è morto. Un giovane. Giustiziato da un gioielliere mentre lui e un complice cercavano di appropriarsi di qualche pietra preziosa in rue de Mons. Il nome di Tubize ci ricorda qualcosa. Per anni, quella cittadina è stata avvelenata dall’industria siderurgica delle Forges de Clabecq. Quella fabbrica che ha mangiato la carne e il sangue di tanti operai del posto, che ha sfinito e mutilato i loro corpi, fabbrica oggi chiusa. Al suo posto è stata costruita l’enorme prigione di Ittre. Certi hanno forse scelto di accettare di diventare secondini, di guadagnarsi il pane con la prigione, altri certamente no. Il giorno della rapina alla gioielleria, abbiamo capito che c’erano due giovani che non hanno voluto l’uniforme, che nemmeno hanno voluto rassegnarsi ad una vita di merda e che sono andati a cercare da un ricco quello che mancava loro. Il gioielliere, lui, non sa nulla di queste storie, che sono il triste privilegio di uno strato sociale diverso dal suo. All’epoca, non si è certamente trovato a fianco degli operai in collera e oggi ha confermato di nuovo l’idea che ha della maniera in cui bisogna trattare i poveri: abbatterli come parassiti.
Non diciamo che questo gioielliere (che si chiama Paul Olivet) sia particolarmente crudele. Semplicemente, fa parte di tutto quello strato sociale che da sempre succhia il sangue dalle nostre vene. È il compare del padrone della fabbrica, del banchiere, del politico, del giudice. È quello che incita la polizia ad abbattere i malviventi, a fare bene il loro lavoro di difensori dei ricchi e dei potenti. È quello che di sicuro ha applaudito ogni volta che, in questi ultimi tempi, dei rapinatori si sono fatti ammazzare dagli sbirri o da qualche gioielliere.
Come avrete capito, la storia non comincia e non finisce con questa rapina. Questo non è che un episodio della lunga storia della guerra fra quelli che si trovano in alto e quelli che si trovano in basso. E di morti ce ne sono tutti i giorni, e troppo pochi dalla parte dei potenti. Come quelle centinaia di persone che dormono, attualmente, nelle strade e nelle stazioni di Bruxelles, che si battono contro il freddo, mentre altri hanno dei milioni sui loro conti in banca. Come quelle decine di persone che ogni giorno hanno degli incidenti sul luogo di lavoro, sprecando la loro vita ad obbedire e ad arricchire un padrone in cambio di un salario. Come quelle migliaia di persone sprofondate nella miseria e nella depressione perché non riescono più a pagare l’affitto, perché non ne possono più di vivere come ratti nei bassifondi della società.
Disperati, dite voi? Ma le nostre armi non sono cariche solo di critiche; ognuna delle nostre pallottole contiene un desiderio, tutti i nostri desideri. Non è solo il disgusto che ci incita a portare la guerra a questa società, ai suoi rappresentanti, alle sue banche e ai suoi supermercati, alle sue fabbriche e alle sue prigioni; è soprattutto il desiderio di vivere come uomini liberi, senza dio né padrone. Ecco ciò che fa palpitare i nostri cuori, ecco ciò che trasforma le nostre mani in pugni, ecco quello che ci spinge a rivoltarci, a rompere la rassegnazione!
Nessun dialogo, nessuna pace, nessun appello alla calma – facciamola finita.
Qualche nemico del lavoro.
[Pubblicato en Hors Service 10, 25 ottobre 2010, tradotto per Non Fides]
Bello come il sorriso degli insorti
L’Africa del Nord s’infiamma
Non c’è niente di più bello dei visi degli insorti. Niente in questo mondo è altrettanto attraente, niente così pieno di speranza. Nessun giornalista, nessun politico, nessun leader religioso o d’altro tipo potrà mai cancellare la bellezza della rivolta o seppellirla sotto discorsi senza gioia né desiderio.
È anzitutto questa bellezza a colpirci, quando apprendiamo delle rivolte in corso nel Nord Africa. Dalla Tunisia allo Yemen, dall’Egitto all’Algeria, malgrado centinaia di morti e migliaia di feriti e di arrestati, la paura sta per lasciare il posto al coraggio; la tristezza è superata dalla speranza; la miseria d’essere ridotti a sopravvivere si trasforma in grido di vita.
Ci si potrebbe interrogare sulle condizioni economiche in quei paesi, sull’aumento dei prezzi delle derrate alimentari, sulla disoccupazione, sui regimi autoritari e la loro polizia. Ci si potrebbe chiedere, date tali condizioni, perché la rivolta tardi sempre troppo a scoppiare; come facciano i nostri contemporanei a subire per anni ed anni la povertà e l’oppressione senza prendere le armi e sparare ai responsabili politici, ai banchieri e ai padroni. Si potrebbe inoltre mostrare come anche qui, in questo paese, sempre più persone vengano buttate a mare, condannate a marcire nei Cie e nelle carceri, sfruttate a più non posso e in condizioni sempre più dure, costrette a subire quotidianamente l’autorità in tutte le sue forme. Ci si potrebbe chiedere...
Ma il tempo delle lamentele deve cessare. Noi siamo in tanti, qui e altrove, a ritrovarci incastrati in un mondo dove conta solo il denaro, dove le no stre case assomigliano sempre più a tuguri, dove l’inquinamento industriale ci avvelena
a poco a poco. Ora che è chiaro a tutti che loro (ovvero, quelli che stanno in alto) stanno per spingere lo sfruttamento e il loro dominio ancora più oltre, ci parlano di «crisi economica» e ci chiamano tutti ad accettare l’inasprimento della vita a tutti i livelli. Ma loro non sono affatto in crisi, anzi, i loro profitti non fanno che aumentare. E a chi viene chiesto di pagarne il prezzo, qui come altrove?
Ovviamente ci sono differenze tra qui e laggiù, anche se il regno del denaro non conosce frontiere, anche se un regime, tutti i regimi, siano essi democratici o totalitari, significheranno sempre oppressione, reclusione, sfruttamento. Ma la rivolta, in tutta la sua bellezza, fa esplodere le differenze. Una banca bruciata in Tunisia o in Egitto reclama una banca bruciata in Europa; così come la liberazione dei detenuti dagli insorti in Tunisia reclama l’abbattimento delle carceri qui; così come uomini e donne, fianco a fianco dietro una barricata, reclamano la fine della sottomissione e del patriarcato.
Ad alimentare la rivolta non sono solo, e si potrebbe quasi dire non tanto, le condizioni di miseria. No, l’ossigeno del fuoco della rivolta, in tutte le lingue, è un inizio di libertà, questa sconosciuta così assente nel mondo, pronta a rivelarsi fieramente nell’atto di insorgere. Allora, tutto può cominciare a cambiare.
Lasciamo perciò da parte tutte le analisi degli specialisti politici, dei giornalisti cavalieri-della-democrazia, di coloro che si apprestano già a prendere il posto dei Ben Ali e dei Mubarak di questo mondo. Siamo semplicemente dalla parte di quelli che, in Tunisia e in Egitto come altrove, sanno che la libertà non è la legge o la sharia, che non vogliono padroni o governanti, che intendono provare a vivere da individui liberi, perché, nella rivolta, hanno già assaporato che è possibile — e che è dolce.
Alcuni insorti di qui
Amore e coraggio per gli insorti ovunque nel mondo
Diamo anche noi fuoco alle polveri
[Pubblicato en Hors Service 13, 9 febbraio 2010, tradotto per Machete ]
Non c’è niente di più bello dei visi degli insorti. Niente in questo mondo è altrettanto attraente, niente così pieno di speranza. Nessun giornalista, nessun politico, nessun leader religioso o d’altro tipo potrà mai cancellare la bellezza della rivolta o seppellirla sotto discorsi senza gioia né desiderio.
È anzitutto questa bellezza a colpirci, quando apprendiamo delle rivolte in corso nel Nord Africa. Dalla Tunisia allo Yemen, dall’Egitto all’Algeria, malgrado centinaia di morti e migliaia di feriti e di arrestati, la paura sta per lasciare il posto al coraggio; la tristezza è superata dalla speranza; la miseria d’essere ridotti a sopravvivere si trasforma in grido di vita.
Ci si potrebbe interrogare sulle condizioni economiche in quei paesi, sull’aumento dei prezzi delle derrate alimentari, sulla disoccupazione, sui regimi autoritari e la loro polizia. Ci si potrebbe chiedere, date tali condizioni, perché la rivolta tardi sempre troppo a scoppiare; come facciano i nostri contemporanei a subire per anni ed anni la povertà e l’oppressione senza prendere le armi e sparare ai responsabili politici, ai banchieri e ai padroni. Si potrebbe inoltre mostrare come anche qui, in questo paese, sempre più persone vengano buttate a mare, condannate a marcire nei Cie e nelle carceri, sfruttate a più non posso e in condizioni sempre più dure, costrette a subire quotidianamente l’autorità in tutte le sue forme. Ci si potrebbe chiedere...
Ma il tempo delle lamentele deve cessare. Noi siamo in tanti, qui e altrove, a ritrovarci incastrati in un mondo dove conta solo il denaro, dove le no stre case assomigliano sempre più a tuguri, dove l’inquinamento industriale ci avvelena
a poco a poco. Ora che è chiaro a tutti che loro (ovvero, quelli che stanno in alto) stanno per spingere lo sfruttamento e il loro dominio ancora più oltre, ci parlano di «crisi economica» e ci chiamano tutti ad accettare l’inasprimento della vita a tutti i livelli. Ma loro non sono affatto in crisi, anzi, i loro profitti non fanno che aumentare. E a chi viene chiesto di pagarne il prezzo, qui come altrove?
Ovviamente ci sono differenze tra qui e laggiù, anche se il regno del denaro non conosce frontiere, anche se un regime, tutti i regimi, siano essi democratici o totalitari, significheranno sempre oppressione, reclusione, sfruttamento. Ma la rivolta, in tutta la sua bellezza, fa esplodere le differenze. Una banca bruciata in Tunisia o in Egitto reclama una banca bruciata in Europa; così come la liberazione dei detenuti dagli insorti in Tunisia reclama l’abbattimento delle carceri qui; così come uomini e donne, fianco a fianco dietro una barricata, reclamano la fine della sottomissione e del patriarcato.
Ad alimentare la rivolta non sono solo, e si potrebbe quasi dire non tanto, le condizioni di miseria. No, l’ossigeno del fuoco della rivolta, in tutte le lingue, è un inizio di libertà, questa sconosciuta così assente nel mondo, pronta a rivelarsi fieramente nell’atto di insorgere. Allora, tutto può cominciare a cambiare.
Lasciamo perciò da parte tutte le analisi degli specialisti politici, dei giornalisti cavalieri-della-democrazia, di coloro che si apprestano già a prendere il posto dei Ben Ali e dei Mubarak di questo mondo. Siamo semplicemente dalla parte di quelli che, in Tunisia e in Egitto come altrove, sanno che la libertà non è la legge o la sharia, che non vogliono padroni o governanti, che intendono provare a vivere da individui liberi, perché, nella rivolta, hanno già assaporato che è possibile — e che è dolce.
Alcuni insorti di qui
Amore e coraggio per gli insorti ovunque nel mondo
Diamo anche noi fuoco alle polveri
[Pubblicato en Hors Service 13, 9 febbraio 2010, tradotto per Machete ]
Malgrado tutto
Ai ribelli di qui e di altrove
Difficilmente le parole riescono ad afferrare una realtà, i sentimenti e i desideri superano sempre quanto ci offre un vocabolario. Tuttavia, è di vitale interesse parlare, tentare di esprimere ciò che pensiamo e che proviamo. Ancor più in momenti in cui il terrore dello Stato e delle sue forze dell’ordine cerca di ammutolire tutti.
Da anni affermiamo che per pensare e parlare liberamente abbiamo bisogno di spazio e di tempo. Questo spazio e questo tempo non ci verranno mai dati, così non possiamo che conquistarli da soli, strappandoli con tutta la violenza alla realtà del tu non farai e del tu devi. Ecco perché abbiamo parlato e parliamo di rivolta, di atti con cui crearci lo spazio per vivere, per dare un’espressione ai nostri desideri di libertà che non tollerano minimamente la miseria nauseabonda e la turpitudine di questo mondo.
Nell’ultima settimana, lo Stato ha scelto di riempire ogni possibile spazio con uniformi, cellulari, sbirri in borghese, celle e maltrattamenti. Già lo Stato sopporta a malapena che gli anarchici incitino con parole e azioni alla rivolta, ma in questa settimana tutto è stato dispiegato per impedire ogni incontro tra le diverse ribellioni che fanno fermentare la conflittualità sociale a Bruxelles. E l’autorità ha parlato il linguaggio più semplice a sua disposizione: il terrore, ovvero una violenza sistematica e indiscriminata.
L’annunciata manifestazione dell’1 ottobre contro i centri di reclusione per immigrati, contro tutte le prigioni e le frontiere, contro lo Stato, non doveva avere luogo, ad ogni costo. Un divieto di assembramento è stato decretato in quattro comuni della città e, mentre un’imponente forza poliziesca arrestava qualsiasi persona si trovasse vicino al luogo dell’appuntamento, altri squadroni perlustravano i quartieri e le stazioni della metro con pugno di ferro. I dintorni delle prigioni di Forest e di Saint-Gilles sono stati chiusi ermeticamente, mentre il cuore di Anderlecht veniva pattugliato da poliziotti mascherati, mitragliette alla mano. Centinaia di persone sono state preventivamente arrestate, decine sono state umiliate, maltrattate e percosse nei commissariati.
Diciamolo chiaramente: lo Stato non ha paura di un pugno di anarchici, ma teme un possibile contagio sociale a cui i rivoluzionari si applicano giorno per giorno. Da diverso tempo Bruxelles assomiglia ad una polveriera sociale in cui cercano di domare le tensioni sociali a colpi di maggiore polizia e più feriti e morti fra coloro che, in un modo o nell’altro, affrontano lo scontro. Nondimeno, le tensioni sociali continuano a manifestarsi in modo radicale: dalle sommosse ricorrenti nei quartieri alle rivolte nei centri di reclusione per immigrati e nelle carceri, dagli attacchi mirati contro le strutture dello Stato e del Capitale fino ad una ostilità che continua a diffondersi contro tutto ciò che indossa l’uniforme della repressione. Probabilmente, la manifestazione annunciata dell’1 ottobre era una delle possibilità di incontro fra le molteplici ribellioni e le idee antiautoritarie — e questo incontro è stato impedito con la forza.
Malgrado la pacificazione militarizzata dei giorni scorsi, noi continuiamo a indirizzare la nostra ardente attenzione verso questa polveriera sociale, sapendo che ogni occasione può essere quella buona per dare fuoco alla miccia. E laddove la proposta di una manifestazione dovesse scontrarsi con ostacoli quasi insormontabili, altre pratiche e altre attività sapranno aprirsi una strada.
Malgrado i muri polizieschi che cercano di tenerci separati, continuiamo a pensare che l’incontro tra le differenti ribellioni resti possibile, auspicabile e necessario. Nessun racket repressivo da parte dello Stato ci farà rinnegare questo entusiasmo.
Malgrado il fatto che in questi ultimi giorni l’iniziativa ci sia stata carpita, siamo determinati, col cuore e con la mente, a riprendere l’iniziativa nelle nostre mani. Malgrado tutto, noi continuiamo. Niente è finito… le possibilità sono sempre là, pronte ad essere afferrate.
Al momento, quattro compagni sono dietro le sbarre della prigione di Forest, accusati di complicità per l’attacco di un commissariato a Bruxelles la notte dell’1 ottobre. Facciamo in modo che sentano il nostro affetto e la nostra solidarietà.
Alcuni anarchici che non mollano la presa…
Bruxelles, 5 ottobre 2010
[Pubblicato en Hors Service 1O, 25 ottobre 2010, tradotto per Machete ]
Difficilmente le parole riescono ad afferrare una realtà, i sentimenti e i desideri superano sempre quanto ci offre un vocabolario. Tuttavia, è di vitale interesse parlare, tentare di esprimere ciò che pensiamo e che proviamo. Ancor più in momenti in cui il terrore dello Stato e delle sue forze dell’ordine cerca di ammutolire tutti.
Da anni affermiamo che per pensare e parlare liberamente abbiamo bisogno di spazio e di tempo. Questo spazio e questo tempo non ci verranno mai dati, così non possiamo che conquistarli da soli, strappandoli con tutta la violenza alla realtà del tu non farai e del tu devi. Ecco perché abbiamo parlato e parliamo di rivolta, di atti con cui crearci lo spazio per vivere, per dare un’espressione ai nostri desideri di libertà che non tollerano minimamente la miseria nauseabonda e la turpitudine di questo mondo.
Nell’ultima settimana, lo Stato ha scelto di riempire ogni possibile spazio con uniformi, cellulari, sbirri in borghese, celle e maltrattamenti. Già lo Stato sopporta a malapena che gli anarchici incitino con parole e azioni alla rivolta, ma in questa settimana tutto è stato dispiegato per impedire ogni incontro tra le diverse ribellioni che fanno fermentare la conflittualità sociale a Bruxelles. E l’autorità ha parlato il linguaggio più semplice a sua disposizione: il terrore, ovvero una violenza sistematica e indiscriminata.
L’annunciata manifestazione dell’1 ottobre contro i centri di reclusione per immigrati, contro tutte le prigioni e le frontiere, contro lo Stato, non doveva avere luogo, ad ogni costo. Un divieto di assembramento è stato decretato in quattro comuni della città e, mentre un’imponente forza poliziesca arrestava qualsiasi persona si trovasse vicino al luogo dell’appuntamento, altri squadroni perlustravano i quartieri e le stazioni della metro con pugno di ferro. I dintorni delle prigioni di Forest e di Saint-Gilles sono stati chiusi ermeticamente, mentre il cuore di Anderlecht veniva pattugliato da poliziotti mascherati, mitragliette alla mano. Centinaia di persone sono state preventivamente arrestate, decine sono state umiliate, maltrattate e percosse nei commissariati.
Diciamolo chiaramente: lo Stato non ha paura di un pugno di anarchici, ma teme un possibile contagio sociale a cui i rivoluzionari si applicano giorno per giorno. Da diverso tempo Bruxelles assomiglia ad una polveriera sociale in cui cercano di domare le tensioni sociali a colpi di maggiore polizia e più feriti e morti fra coloro che, in un modo o nell’altro, affrontano lo scontro. Nondimeno, le tensioni sociali continuano a manifestarsi in modo radicale: dalle sommosse ricorrenti nei quartieri alle rivolte nei centri di reclusione per immigrati e nelle carceri, dagli attacchi mirati contro le strutture dello Stato e del Capitale fino ad una ostilità che continua a diffondersi contro tutto ciò che indossa l’uniforme della repressione. Probabilmente, la manifestazione annunciata dell’1 ottobre era una delle possibilità di incontro fra le molteplici ribellioni e le idee antiautoritarie — e questo incontro è stato impedito con la forza.
Malgrado la pacificazione militarizzata dei giorni scorsi, noi continuiamo a indirizzare la nostra ardente attenzione verso questa polveriera sociale, sapendo che ogni occasione può essere quella buona per dare fuoco alla miccia. E laddove la proposta di una manifestazione dovesse scontrarsi con ostacoli quasi insormontabili, altre pratiche e altre attività sapranno aprirsi una strada.
Malgrado i muri polizieschi che cercano di tenerci separati, continuiamo a pensare che l’incontro tra le differenti ribellioni resti possibile, auspicabile e necessario. Nessun racket repressivo da parte dello Stato ci farà rinnegare questo entusiasmo.
Malgrado il fatto che in questi ultimi giorni l’iniziativa ci sia stata carpita, siamo determinati, col cuore e con la mente, a riprendere l’iniziativa nelle nostre mani. Malgrado tutto, noi continuiamo. Niente è finito… le possibilità sono sempre là, pronte ad essere afferrate.
Al momento, quattro compagni sono dietro le sbarre della prigione di Forest, accusati di complicità per l’attacco di un commissariato a Bruxelles la notte dell’1 ottobre. Facciamo in modo che sentano il nostro affetto e la nostra solidarietà.
Alcuni anarchici che non mollano la presa…
Bruxelles, 5 ottobre 2010
[Pubblicato en Hors Service 1O, 25 ottobre 2010, tradotto per Machete ]
A duemila chilometri da qui
Atene. Grecia. A duemila chilometri da qui. Lo Stato greco è quasi in bancarotta e l’economia greca non ce la fa più. Su consiglio degli altri paesi dell’Unione Europea, il partito socialista al governo ha stabilito una serie di misure di austerità e di ristrutturazione. Costeranno «sangue, sudore e lacrime» — giurano i ministri — «ma non si può fare altrimenti». Da gennaio le strade, i porti, gli aeroporti, le frontiere, le fabbriche, le ferrovie... vengono regolarmente bloccate da quelli che sanno bene che saranno i soli a pagarne il prezzo. Le manifestazioni si susseguono e nessun politico sembra essere ancora in grado di calmare e canalizzare le proteste. Si accendono frequentemente duri scontri con la polizia anti-sommossa, e centinaia di distruzioni, di incendi e attacchi esplosivi rivolgono la propria attenzione devastatrice contro le strutture dello Stato e dell’economia, contro tutte le espressioni dell’autorità.
«Sangue, sudore e lacrime». Mentre la polizia carica sempre più violentemente ogni manifestazione o assembramento, mentre ha già spezzato gambe e braccia a centinaia di persone, sangue omicida è stato versato all’alba del 12 marzo 2010. Una pattuglia della polizia aveva sorpreso due compagni anarchici sul punto di rubare un’auto. Ne è scaturita una sparatoria, un compagno è riuscito a scappare ma l’altro — Lambros Fountas — è stato colpito da numerosi proiettili. Gravemente ferito, ha cercato ancora di fuggire ma è stato raggiunto dagli sbirri che l’hanno lasciato sanguinare a morte. Lambros Fountas aveva 35 anni e da diverso tempo era in lotta contro ogni forma di autorità: talvolta da solo o con qualche compagno, talvolta fianco a fianco con altri oppressi e ribelli. Si batteva con tutte le armi che riteneva utili: con la penna e la carta, con le pietre e il fuoco, con le barricate e le manifestazioni, con le pistole e le bombe. La rivolta era il ritmo del suo respiro e la libertà faceva battere il suo cuore. Ecco perché non lo dimenticheremo, anche se magari non lo conoscevamo personalmente. Ecco perché la sua morte può solo accelerare il nostro respiro, che aspira alla vita e, attraverso la sedizione, si apre un cammino verso la libertà.
Alte montagne e grandi fiumi, pianure estese e terre bruciate dell’ex-Jugoslavia ci separano dalla Grecia. Ma ovunque in Europa, e anche qui in Belgio, gli Stati avvertono che le cose vanno in rovina. Sentono che si può, che è possibile per i loro sudditi sbarazzarsi del giogo della rassegnazione e non subire più. È sempre più chiaro che dappertutto un numero crescente di persone saranno gettate a mare. Non è un caso se proprio ora gli sbirri hanno il grilletto facile, se stanno costruendo un nuovo centro di reclusione per clandestini e se cominceranno presto la costruzione di nove nuove prigioni. Si preservano dalla possibilità della rabbia.
Ciò potrebbe incuterci paura. Paura della prigione, paura d’essere picchiati dagli sbirri, paura di morire sotto i proiettili del potere, paura di perdere anche quel poco che ancora possediamo. Ma, arrivati a un certo punto, non si può più evitare la questione: vivere in ginocchio, usati e venduti in funzione dell’economia e del controllo, schiacciati dalla gerarchia sociale, abbattuti da interminabili file d’attesa e dalla routine del lavoro-metrò-denaro oppure... una vita in cui il battito del tuo cuore libero si scontri con ogni autorità e le tue mani afferrino tutte le armi per conquistarla.
Niente è certo, tutto è possibile. La rivolta che si diffonde in Grecia era pressoché impensabile solo qualche anno fa; né i politici, né i giornalisti sanno ancora come imbavagliarla. Perché il linguaggio di questa rivolta ha forgiato il rifiuto di lasciarsi ancora trascinare nel fango. Appropriamoci di questo linguaggio, impariamo il suo vocabolario, studiamo la sua grammatica, facciamone il nostro dialetto.
È tempo di abbandonare l’attitudine paralizzante di farsi accecare dall’oceano di sottomissione e di rassegnazione che ci circonda. Per non considerare più questa realtà, questa ripetizione apparentemente ininterrotta della stessa routine, come l’orizzonte, ma per gettare il nostro sguardo verso ciò che sta dietro a questo orizzonte, verso possibilità inaspettate.
È ora di soffiare forte sui fuochi che covano.
Alcuni anarchici
[Pubblicato en Hors Service 3, 22 marzo 2010, tradotto per Machete]
«Sangue, sudore e lacrime». Mentre la polizia carica sempre più violentemente ogni manifestazione o assembramento, mentre ha già spezzato gambe e braccia a centinaia di persone, sangue omicida è stato versato all’alba del 12 marzo 2010. Una pattuglia della polizia aveva sorpreso due compagni anarchici sul punto di rubare un’auto. Ne è scaturita una sparatoria, un compagno è riuscito a scappare ma l’altro — Lambros Fountas — è stato colpito da numerosi proiettili. Gravemente ferito, ha cercato ancora di fuggire ma è stato raggiunto dagli sbirri che l’hanno lasciato sanguinare a morte. Lambros Fountas aveva 35 anni e da diverso tempo era in lotta contro ogni forma di autorità: talvolta da solo o con qualche compagno, talvolta fianco a fianco con altri oppressi e ribelli. Si batteva con tutte le armi che riteneva utili: con la penna e la carta, con le pietre e il fuoco, con le barricate e le manifestazioni, con le pistole e le bombe. La rivolta era il ritmo del suo respiro e la libertà faceva battere il suo cuore. Ecco perché non lo dimenticheremo, anche se magari non lo conoscevamo personalmente. Ecco perché la sua morte può solo accelerare il nostro respiro, che aspira alla vita e, attraverso la sedizione, si apre un cammino verso la libertà.
Alte montagne e grandi fiumi, pianure estese e terre bruciate dell’ex-Jugoslavia ci separano dalla Grecia. Ma ovunque in Europa, e anche qui in Belgio, gli Stati avvertono che le cose vanno in rovina. Sentono che si può, che è possibile per i loro sudditi sbarazzarsi del giogo della rassegnazione e non subire più. È sempre più chiaro che dappertutto un numero crescente di persone saranno gettate a mare. Non è un caso se proprio ora gli sbirri hanno il grilletto facile, se stanno costruendo un nuovo centro di reclusione per clandestini e se cominceranno presto la costruzione di nove nuove prigioni. Si preservano dalla possibilità della rabbia.
Ciò potrebbe incuterci paura. Paura della prigione, paura d’essere picchiati dagli sbirri, paura di morire sotto i proiettili del potere, paura di perdere anche quel poco che ancora possediamo. Ma, arrivati a un certo punto, non si può più evitare la questione: vivere in ginocchio, usati e venduti in funzione dell’economia e del controllo, schiacciati dalla gerarchia sociale, abbattuti da interminabili file d’attesa e dalla routine del lavoro-metrò-denaro oppure... una vita in cui il battito del tuo cuore libero si scontri con ogni autorità e le tue mani afferrino tutte le armi per conquistarla.
Niente è certo, tutto è possibile. La rivolta che si diffonde in Grecia era pressoché impensabile solo qualche anno fa; né i politici, né i giornalisti sanno ancora come imbavagliarla. Perché il linguaggio di questa rivolta ha forgiato il rifiuto di lasciarsi ancora trascinare nel fango. Appropriamoci di questo linguaggio, impariamo il suo vocabolario, studiamo la sua grammatica, facciamone il nostro dialetto.
È tempo di abbandonare l’attitudine paralizzante di farsi accecare dall’oceano di sottomissione e di rassegnazione che ci circonda. Per non considerare più questa realtà, questa ripetizione apparentemente ininterrotta della stessa routine, come l’orizzonte, ma per gettare il nostro sguardo verso ciò che sta dietro a questo orizzonte, verso possibilità inaspettate.
È ora di soffiare forte sui fuochi che covano.
Alcuni anarchici
[Pubblicato en Hors Service 3, 22 marzo 2010, tradotto per Machete]
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